Aliquote IVA in Italia nel 2026: quali sono, come si applicano e a cosa fare attenzione

Guida completa alle quattro aliquote in vigore.
a cura di:
Dariush Haghighi Tajvar
ULTIMO AGGIORNAMENTO:
26.05.2026
In poche parole...

Nel 2026 in Italia le aliquote IVA sono quattro: 4% (beni di prima necessità), 5% (servizi sociali e alcuni beni essenziali), 10% (turismo, ristorazione, edilizia, energia) e 22% (aliquota ordinaria).

Ogni transazione economica in Italia passa per una di quattro percentuali. Sembra semplice, ma scegliere l'aliquota sbagliata è uno degli errori più comuni nella fatturazione e tra i più sanzionati. Questo articolo spiega cosa rientra in ciascuna aliquota, dove finisce la categoria di un bene e inizia quella di un altro, e quali sono i casi-limite che generano più dubbi.

Cos'è l'IVA e come funziona il meccanismo delle aliquote

L'IVA  (Imposta sul Valore Aggiunto) è un'imposta indiretta che colpisce il consumo. A pagarla materialmente è il consumatore finale, ma a versarla all'Agenzia delle Entrate sono le imprese, lungo tutta la catena produttiva.

Il meccanismo è quello della detrazione: ogni operatore economico calcola la differenza tra l'IVA incassata sulle vendite (IVA a debito) e l'IVA pagata sugli acquisti (IVA a credito), e versa allo Stato solo il saldo. Per questo l'IVA è "neutra" per le imprese e pesa di fatto solo sull'ultimo anello della catena: il cliente finale.

Le aliquote sono le percentuali con cui l'imposta si applica al prezzo del bene o servizio. Più l'aliquota è bassa, più il bene è considerato essenziale o di interesse sociale.

La normativa di riferimento è il DPR 633/1972, che nelle sue tabelle allegate (Tabella A, parti II, II-bis, III) elenca puntualmente quali beni rientrano nelle aliquote agevolate.

Le quattro aliquote IVA in vigore nel 2026

Aliquota Tipologia A cosa si applica
4% Minima (super-ridotta) Alimenti di base, libri, prima casa, farmaci essenziali, ausili per disabili
5% Ridotta Servizi socio-sanitari delle cooperative sociali, alcuni alimenti per neonati, assorbenti
10% Intermedia Ristorazione, alberghi, energia domestica, ristrutturazioni, trasporti pubblici
22% Ordinaria Tutto il resto: elettronica, abbigliamento, auto, mobili, beni di lusso

Le quattro aliquote non sono cambiate nel passaggio dal 2025 al 2026. La Legge di Bilancio non ha introdotto modifiche strutturali. Le ultime variazioni significative riguardano singole categorie merceologiche, assorbenti femminili e latte in polvere per neonati, spostati negli anni scorsi su aliquote più basse, non l'impianto generale.

Aliquota minima al 4%: cosa rientra davvero

Il 4% è l'aliquota più bassa applicabile in Italia. È riservata ai beni considerati di prima necessità o di interesse sociale strategico.

Rientrano nell'aliquota minima:

  • Alimenti di base: latte fresco, pane, pasta, riso, frutta, verdura, cereali
  • Libri, giornali e periodici in formato cartaceo (l'editoria digitale segue regole specifiche)
  • Prima casa: acquisto e costruzione, se destinata ad abitazione principale del proprietario
  • Farmaci essenziali e dispositivi medici classificati come tali
  • Ausili tecnici per persone con disabilità
  • Fertilizzanti e alcuni input agricoli

Attenzione alla distinzione interna alla stessa categoria merceologica: il latte fresco è al 4%, ma i formaggi e il burro sono al 10%. Stessa logica per i cereali grezzi (4%) e i prodotti da forno trasformati (varia in base al tipo).

Aliquota ridotta al 5%: la più recente

L'aliquota del 5% è la più giovane delle quattro. È stata introdotta per coprire una zona intermedia tra il 4% e il 10%, dedicata a settori di utilità sociale specifica.

Si applica principalmente a:

  • Prestazioni socio-sanitarie ed educative erogate da cooperative sociali
  • Assorbenti femminili (passati dal 22% negli anni scorsi)
  • Alcuni alimenti per neonati, incluso il latte in polvere
  • Servizi assistenziali a favore di anziani, disabili, minori, tossicodipendenti

È un'aliquota a uso "mirato": fuori dai contesti previsti espressamente dalla normativa, non si applica. Un errore frequente è applicarla per analogia a prestazioni sanitarie generiche, che invece sono esenti (regime diverso) o al 10%.

Aliquota intermedia al 10%: la più "ambigua"

Il 10% è l'aliquota che genera più dubbi applicativi, perché copre settori molto eterogenei. È pensata per beni e servizi di largo consumo non essenziali, ma rilevanti per la collettività.

Rientrano nell'aliquota intermedia:

  • Ristorazione e somministrazione di alimenti e bevande (bar, ristoranti, mense, catering)
  • Strutture ricettive: alberghi, B&B, agriturismi, case vacanza
  • Energia elettrica e gas per uso domestico
  • Lavori di ristrutturazione su immobili residenziali
  • Trasporti pubblici urbani ed extraurbani
  • Alcuni prodotti alimentari trasformati (formaggi, burro, margarina, mangimi)
  • Spettacoli teatrali, cinematografici e concerti

Il caso più delicato è la ristorazione. Un bar che vende un cornetto e un caffè applica il 10% (somministrazione). Lo stesso bar che vende un pacco di caffè in grani da portare via applica un'aliquota diversa, perché è cessione di bene, non somministrazione. Distinzioni come questa generano ogni anno migliaia di interpelli all'Agenzia delle Entrate.

Aliquota ordinaria al 22%: la regola

Il 22% è l'aliquota di default. Si applica a tutto ciò che la legge non prevede esplicitamente in un'aliquota ridotta.

Sono al 22%, tra l'altro:

  • Elettronica di consumo: smartphone, computer, TV, elettrodomestici
  • Abbigliamento, calzature, accessori
  • Auto, moto, carburanti
  • Mobili e arredo
  • Beni di lusso, gioielli, orologi
  • Servizi professionali (consulenza, marketing, IT, comunicazione)
  • Cancelleria, materiali da ufficio
  • La maggior parte dei beni B2B

Quando un'azienda compra un computer, un servizio di consulenza, un viaggio di lavoro o materiali da ufficio, sta pagando in larga parte IVA al 22%. È esattamente questa la quota di costo che, in presenza dei requisiti, può essere recuperata in fase di liquidazione periodica.

Operazioni esenti, non imponibili, escluse: non sono aliquote

Esiste un'area normativa che spesso viene confusa con un'"aliquota zero". Non lo è. Sono operazioni che si trovano fuori dal meccanismo IVA per ragioni diverse.

Categoria Cosa significa Esempi
Esenti (art. 10 DPR 633/72) L'IVA non si applica per ragioni di politica fiscale Prestazioni sanitarie, educative, finanziarie, assicurative
Non imponibili L'operazione è fuori dal campo IVA italiano Esportazioni, cessioni intra-UE B2B
Escluse Non rientrano nella definizione di operazione IVA Risarcimenti, alcuni contributi, cessioni di denaro

La differenza pratica è importante. Su un'operazione esente, il fornitore non addebita IVA ma ha limiti al recupero dell'IVA pagata sugli acquisti (pro-rata). Su un'operazione non imponibile, invece, il diritto alla detrazione resta pieno. Su un'operazione esclusa, l'IVA semplicemente non c'entra.

Gli errori più comuni nell'applicazione delle aliquote

Sbagliare aliquota in fattura è un errore frequente e ha costi reali. L'Agenzia delle Entrate, in fase di verifica, può richiedere il versamento dell'IVA mancante più sanzione e interessi. Gli errori più ricorrenti:

  1. Applicare il 22% per default quando la merce avrebbe diritto a un'aliquota ridotta. È l'errore opposto a quello che ci si aspetta: spesso accade su prodotti agricoli, libri, alimenti di base venduti da operatori non specializzati.
  2. Confondere somministrazione e vendita. Lo stesso prodotto, venduto al banco o servito al tavolo, può avere aliquote diverse.
  3. Applicare il 10% a ristrutturazioni che non hanno i requisiti. L'aliquota agevolata edilizia richiede condizioni specifiche su tipo di immobile e tipo di intervento.
  4. Ignorare gli aggiornamenti normativi. Categorie come assorbenti e latte per neonati sono cambiate negli ultimi anni: chi non aggiorna il gestionale fattura ancora al 22%.
  5. Confondere esenzione e aliquota zero. Sono regimi diversi e impattano in modo diverso sulla liquidazione.

Come l'IVA arriva al cliente finale (e perché le aziende la recuperano)

Per il consumatore privato, l'IVA è un costo definitivo. Compra al prezzo lordo, l'imposta resta a suo carico, fine.

Per un'azienda o un professionista con partita IVA, l'IVA pagata sugli acquisti aziendali è detraibile. Questo significa che, in sede di liquidazione periodica (mensile o trimestrale), viene sottratta dall'IVA incassata sulle vendite. Si versa allo Stato solo la differenza.

Esempio concreto: un'azienda incassa 10.000€ di IVA dai propri clienti, e ha pagato 6.000€ di IVA ai propri fornitori. Verserà allo Stato 4.000€. Quei 6.000€ pagati ai fornitori sono IVA recuperata: non hanno costato realmente all'azienda.

La condizione per recuperare l'IVA è una sola: avere una fattura elettronica intestata alla partita IVA aziendale, transitata sullo SdI. Senza fattura, l'IVA pagata resta un costo. Vale per un computer come per un caffè al bar in trasferta: la regola non cambia.

Recivu: il pezzo di IVA che spesso resta a carico delle aziende

C'è un caso in cui questo meccanismo si inceppa: le spese di piccolo importo dei dipendenti in trasferta o in attività operativa. Quando un commerciale paga il pranzo, un dipendente fa rifornimento o un tecnico compra materiali di consumo in un negozio, riceve uno scontrino, un documento commerciale che, da solo, non permette il recupero dell'IVA.

Per recuperarla servirebbe una fattura intestata alla partita IVA dell'azienda. Richiederla in cassa è scomodo, dispendioso in termini di tempo, e spesso non si fa. Il risultato: l'IVA al 10% sulla ristorazione, al 22% sull'elettronica, al 10% sull'hotel, resta a carico dell'azienda come costo non recuperabile.

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