Registro dei corrispettivi: cos'è, chi deve tenerlo e come si compila nel 2026
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In poche parole...
Dal 1° gennaio 2020 il registro dei corrispettivi non è più un obbligo: la memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri lo ha sostituito. Tenerlo però resta utile per il controllo interno della liquidazione IVA e come riserva in caso di guasto del registratore telematico.
Il registro dei corrispettivi è uno dei registri IVA storicamente più diffusi tra commercianti, bar, ristoranti e negozi. Per decenni ha rappresentato il modo in cui chi vende al consumatore finale teneva traccia degli incassi ai fini dell'imposta. Oggi la situazione è cambiata, ma il registro non è del tutto sparito dalla vita quotidiana di un esercente. In questo articolo vediamo cos'è, chi era tenuto a compilarlo, come si compila in pratica e perché, pur non essendo più obbligatorio, può ancora servire.
Cos'è il registro dei corrispettivi e a cosa serve
Il registro dei corrispettivi rientra tra i registri IVA, cioè tra i libri contabili che servono a tracciare le operazioni rilevanti ai fini dell'imposta. La sua funzione è semplice: raccogliere, giorno per giorno, l'ammontare delle operazioni effettuate verso i consumatori finali.
A differenza del registro delle fatture emesse, qui non si annota la singola operazione documentata da fattura, ma il totale degli incassi giornalieri, distinto per aliquota. Da questi dati si ricava l'IVA a debito relativa al mese o al trimestre di riferimento.
La sua finalità primaria è quindi una sola: consentire la corretta liquidazione IVA periodica, mensile o trimestrale a seconda della tipologia di attività e del volume d'affari. La disciplina del registro è contenuta nell'art. 24 del DPR 633/1972.
Chi era obbligato a tenerlo
Il registro dei corrispettivi riguardava i soggetti che non emettono fattura salvo richiesta del cliente, individuati dall'art. 22 del DPR 633/1972. In particolare:
- i commercianti al minuto, cioè chi vende a consumatori finali (negozianti, artigiani, ristoratori);
- chi svolge attività assimilate elencate dall'art. 22, tra cui prestazioni alberghiere e di somministrazione di alimenti e bevande nei pubblici esercizi, trasporto di persone, servizi resi in locali aperti al pubblico o in forma ambulante, e altre fattispecie specifiche.
Per questi soggetti la registrazione dei corrispettivi era alternativa alla tenuta del registro delle fatture emesse, con la stessa finalità di fondo: arrivare alla corretta liquidazione dell'imposta.
Approfondimento: La fattura su corrispettivo: cos'è e come funziona davvero
Come si compila: regole e tempi
Quando il registro era pienamente operativo, la compilazione seguiva regole precise. L'annotazione andava fatta a cadenza giornaliera, riportando per ogni giorno gli importi distinti per natura dell'operazione:
- operazioni imponibili, separate per ciascuna aliquota IVA applicata;
- operazioni non imponibili;
- operazioni esenti IVA;
- operazioni soggette al regime del margine;
- cessioni e prestazioni verso soggetti passivi IVA di altri Stati UE o extra UE.
L'annotazione doveva avvenire entro il giorno non festivo successivo a quello in cui l'operazione era stata effettuata. Nell'importo confluivano anche i corrispettivi documentati da fattura (quando si optava per la fatturazione in alternativa alla trasmissione telematica) e le operazioni relative a immobili e altri beni strumentali.
Il registro poteva essere tenuto in forma cartacea o, molto più spesso oggi, tramite un software gestionale che genera automaticamente il prospetto di liquidazione.
Cosa è cambiato dal 2020: l'obbligo non c'è più
Qui sta il punto che genera più confusione. Dal 1° gennaio 2020, con l'avvio dell'obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri, il registro dei corrispettivi ha smesso di essere un obbligo.
La norma di riferimento è l'art. 2, comma 1 del D.Lgs. 127/2015: l'invio telematico dei dati effettuato dal registratore telematico entro 12 giorni dall'operazione ha sostituito gli obblighi di registrazione previsti dall'art. 24 del decreto IVA. In altre parole, i dati che prima si scrivevano a mano nel registro oggi viaggiano in automatico verso l'Agenzia delle Entrate.
Perché tenerlo comunque può ancora convenire
Se l'obbligo è caduto, perché parlarne nel 2026? Perché tenere un registro dei corrispettivi, anche in forma elettronica, resta una buona pratica in due situazioni concrete:
- Controllo interno della liquidazione IVA: avere un prospetto ordinato degli incassi per aliquota aiuta a verificare in autonomia i conteggi prima di ogni liquidazione mensile o trimestrale.
- Riserva in caso di guasto: se il registratore telematico si blocca o smette di trasmettere, disporre di un'annotazione dei corrispettivi consente di ricostruire i dati e gestire correttamente il malfunzionamento.
Si tratta quindi di uno strumento di sicurezza e di ordine contabile, più che di un adempimento imposto dalla legge.
Guida Tecnica: Documento commerciale e corrispettivi telematici: come funziona la trasmissione all'Agenzia delle Entrate
Il nodo della fattura richiesta dal cliente
Un esercente che lavora con i corrispettivi si trova spesso davanti a una richiesta apparentemente banale: il cliente con partita IVA che chiede la fattura per recuperare l'IVA sull'acquisto. È il punto in cui il mondo dei corrispettivi e quello della fatturazione si incrociano, e dove nascono code in cassa, dati da raccogliere a mano e operazioni da non duplicare in liquidazione.
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